Progettare, conoscere, evolvere
La storia dell’uomo è accompagnata da metodi per ordinare il mondo fisico. Ordinare il mondo fisico è una necessità per poter superare la paura dell’ignoto.
Ordinare significa dare una spiegazione ai fenomeni che diversamente fanno paura.
I sistemi di ordinamento si raffinano sempre più. La società può essere rappresentata da un sistema, ma il sistema deve essere raffinato.
La società “Fordista” permetteva un racconto liscio, con categorie larghe ed omnicomprensive, un racconto estremamente lineare e rassicurante.
La metafora della fabbrica, della società compiuta, consentiva una definizione precisa e lineare degli attori in campo e delle forze. L’era fordista è terminata.
Ora viviamo nella cosiddetta “società della conoscenza”.
La società della conoscenza si caratterizza per una notevole specializzazione dei vari attori, per una notevolissima complessità, per un altissimo grado di insicurezza, le cose cambiano rapidamente, è difficile cogliere il racconto complessivo.
“In quanto essere umani riusciamo a gestire solo una limitata quantità di informazioni senza esserne travolti”
M.Gladwell “The tipping point"
Nella società della conoscenza tutti devono essere molto specializzati, tutti sono flessibili, tutto diventa molto liquido, vengono meno certezze, viene meno un disegno complessivo comprensibile.
Il grado di specializzazione dei “professionisti” raggiunge vette tali da farli percepire come dei novelli “stregoni”, il rischio di una compartimentizzazione delle conoscenze è forte, il rischio di accontentarsi di una strutturazione delle conoscenze rassicurante, distante dal reale è notevole.
Questa tendenza porta a cercare in modelli rassicuranti, e talvolta i modelli ed i sistemi (rassicuranti) di rappresentazione della realtà finiscono per complicare i processi. Spesso si creano procedure per distribuire responsabilità, non per risolvere effettivamente i problemi.
È necessario togliere sovrastrutture ed andare al cuore del problema, ed il problema spesso è complesso.
E cosa c’entra tutto questo su un sito di un’azienda che sviluppa software per il web?
Beh io le cose tendo a prenderle alla lontana, ma quello che ho raccontato, è il motivo per cui abbiamo deciso di seguire il nostro metodo di lavoro.
I clienti talvolta, forse spesso, non sanno cosa possono ottenere, e non sanno quanto vale quello che serve loro.
Le richieste si basano su desiderata che non sono necessariamente chiari (al cliente per primo), e non sono risolutivi rispetto al problema posto.
Chi non fa del web il suo modello di business, ma utilizza il web per raccontare la sua azienda, o per far funzionare I suoi processi, non necessariamente sa cosa serve, cosa può ottenere, qual’è il sistema migliore.
Allo stesso modo chi sviluppa applicazioni web, non ha alcuna idea del modello di business del committente.
Va creato un punto di contatto, va individuato un terreno comune, e va deciso un linguaggio comune, per poter dialogare ed arrivare all’obiettivo.
Chi, come noi, sviluppa applicazioni deve prendere in carico il problema. In qualche modo siamo dei “care givers”. Analizziamo una situazione ed attiviamo un percorso condiviso per sciogliere i nodi. Ci occupiamo delle esigenze dei nostri committenti. Chi lavora con noi sa che non usiamo I gantt, non ci sono I documenti di specifiche, ma si analizzano ed affrontano I problemi un pezzo per volta, lavoriamo per iterazioni successive, ogni volta che abbiamo pronto uno sviluppo lo mettiamo a disposizione per il test. I test spesso portano a cambiare rotta, rivedere passaggi, riconsiderare scelte già fatte. In questo modo possiamo agire sempre con tempestività, in questo modo non ci sono difficoltà a reinterpretare i progetti, possiamo ottenere soluzioni per le esigenze di chi ci commissiona le attività.
Il cosiddetto essenzialismo rende il mondo maneggevole, e allo stesso tempo esplicita i progetti in modo compiuto, chiarisce le responsabilità e definisce i tempi, ma rischia di allontanarci dalla realtà.
L’imperfezione è una fonte di ricchezza, probabilmente non è necessario “chiudere” la conoscenza, è invece necessario valutare la cosiddetta “intercomplessità”, ovvero le interazioni che avvengono tra i vari attori.
Il valore deriva dalla conoscenza verticale dei professionisti che incontra la conoscenza verticale di chi deve utilizzare un’applicazione web per delle esigenze e specifiche
Talvolta si crede di rendere il mondo abitabile ripristinando un ordine, spesso questo ordine è sovrastrutturale e complicante. Una gerarchia rigida e definita è senz’altro rassicurante, qualche volta però finisce per creare più problemi di quanti non ne risolve.
Il punto è capire se ci si accontenta di un mondo “ordinato” (tranquillizzante perchè inserito in un ordine, non necessariamente reale, ma controllabile); oppure se si vuole cercare una descrizione effettiva della realtà , ovvero una soluzione ai reali problemi.
Una mappa ordinata nasconde, spesso, più cose di quante non ne mostri. E spesso molte persone finiscono per ascoltare gli echi amplificati delle loro voci, convinti che il mondo intero sia quella cosa che ascoltano.
Nella conversazione, quando ci si dispone all'effettivo ascolto dell’interlocutore, si pensa insieme, ad alta voce cercando di comprendere. La conversazione è un processo bilaterale (polilaterale) che funziona se la disposizione all’ascolto è compiuta. Funziona se il modello di partenza è sufficientemente poco prescrittivo da poter essere messo in discussione. È molto difficile, forse è possibile.
Ne discende che ogni progetto, ed i progetti web sono particolarmente esemplificativi, è un viaggio che ha una meta ma una strada relativamente poco preordinata. Costruire un progetto comporta discutere, provare, fare errori e gestirli, e quanto più chi commissiona il progetto e chi lo sviluppa stanno dalla stessa parte e lavorano sul medesimo obiettivo, tanto prima si arriverà ad un risultato eccellente ed effettivamente soddisfacente.
“Recintare la conoscenza nella società dell’informazione diminuisce il nostro potere, perchè diminuisce la nostra presenza.”
D. Weinenberg, "Elogio del disordine”
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